E' arrivato ottobre, ed è giunto il momento di ricominciare sul serio a danzare... Perciò scacciamo la pigrizia autunnale, borsa in spalla con velo, bastone, fan veil e tutto l'ccorrente per riprendere a pieno ritmo lo studio di questa meravigliosa disciplina!
Ecco qua un primo volantino con orari, giorni e scuole varie per poter seguire i miei corsi, quest'anno con tante novità!
Vi aspetto dal 7 settembre all' Accademia Danza di Prato, via Trieste 53, per un frizzante nuovo nuovo anno insieme!
- ore 19:00 NUOVO CORSO PRINCIPIANTI
- ore 20:30 CORSO INTERMEDIO (Mminimo due anni di danza effettivi)
...con tante novità!
Calore, fertilità, movimento, rinnovamento, rinascita.
Tutto questo è racchiuso nella simbologia del 21 marzo, l'equinozio di priamvera, che attraverso i secoli e per ogni antico popolo rappresenta il risveglio e la rivincita della vita dopo le lunghe e fredde notti invernali. Le antiche tradizioni ricollegano il primo giorno di primavera alle ascese delle diverse divinità dagli inferi, che altro non è che il trionfo della vita sulla morte, la speranza che non muore nella terra che rifiorisce.
Nella tradizione germanica pre-cristiana, l'equinozio di primavera corrispondeva alla festa di Ostara, divinità femminile della fertilità a cui venivano officiati riti devozionali che celebravano sia il ritorno della Dea dagli inferi che la fertilità ridestata, attraverso rituali di accoppiamenti sacralizzati. Durante la celebrazione dei riti veniva inoltre acceso un cero dalla sacerdotessa con lo scopo di richiamare all'inizio della vita, il calore nascente, la fertilità.
I simboli di Ostara inoltre erano la lepre e le uova: la dea infatti veniva raffigurata con una testa di lepre. Narra il mito che la lepre in precedenza altri non era che un uccellino ferito, trasformato in lepre dalla dea per superare l'inverno gelido. La mutazione tuttavia non fu totale, e la lepre continuava a produrre uova. Le uova invece rappresentano l'embrione cosmico della vita e della nascita. Simboli, come possiamo notare, furono in seguito assorbiti e fatti propri dal cristianesimo.
Nel ciclo della vita della morte, Ostara rappresenta la rinascita, “l'alba della terra” (equinozio in gallese, appunto), il ritorno della vita dopo la morte invernale. E' l'entusiasmo dell'inizio, il principio della ricerca, l'incipit della danza.
Come Ostara, altre tradizioni si trovano similmente a celebrare la rinascita dopo l'inverno: Ostara è Freya che torna sulla Terra per cercare Odino e sparge oro dalle sue lacrime, è Persefone che riemerge dall'oblìo dell'ade dopo sei lunghi mesi al pari di Adon, divinità assiro-babilonese, il quale dopo l'inverno si ricongiunge con la dea Ishtar.
La danza è sempre stata presente per sacralizzare la vita e ritualizzare i momenti di passaggio e di cambiamento. La vita è movimento, espansione, energia, e il movimento è danza. Meglio dei popoli antichi, chi poteva saperlo?
Dopo un lungo periodo di silenzio dovuto al lieto mutare di eventi e alla (meritata!) pausa estiva, il blog riprende la sua attività danzante con la notizia che... si ricomincia a danzare! Iniziano nuovamente i miei corsi di danza orientale per principianti:
il martedì alla scuola ETA BETA a PRATO, dove verrà studiata la postura, i primi passi, i movimenti di bacino, braccia e petto, le combinazioni tra questi e formazione di una coreografia.
Il giovedì invece riprende il consueto corso principianti alla scuola ALTEA DANZAa Castelfiorentino, con approfondimento dello studio sulla tecnica, sui passi e creazione di nuove coreografie.
Occorrente: fouseaux o leggins, canottierina, foulard leggero da legare in vita, una bottiglia d'acqua. E, ovviamente, si danza scalze! Per maggiori info contattatemi via mail.
OGNI MARTEDì, A PARTIRE DAL 13 SETTEMBRE,
DALLE ORE 21:30 ALLE 23:00
SCUOLA DI DANZA "ETA BETA"
VIA DI REGGIANA 133, 59100 PRATO
OGNI GIOVEDì, A PARTIRE DAL 15 SETTEMBRE,
DALLE 21:15 ALLE 22:45
SCUOLA "ALTEA DANZA"
VIA MARCONI 23/25, CASTELFIORENTINO (FI)
Quel pesante panno nero che copre, si scosta e poi di nuovo avvolge. Una musica allegra e gioviale che fa da cornice a gesti ammiccanti e civettuoli. I movimenti energici riempiono lo spazio con una fragranza di fresca ilarità. La danzatrice gioca con il manto che la ricopre, attira a sé l'attenzione degli sguardi maschili e fa la preziosa, riproponendo le medesime movenze della danza da cui è nata. E' il Raqs Melaya (comunemente detta anche Iskandariya), danzata dalle donne alessandrine, ritenute tra le più belle della fervente città d'Egitto.
La melaya è il mantello nero con cui le donne avvolgevano corpo e viso, tratto distintivo di questa frizzante danza popolare, che le donne sventolavano camminando per le vie della città e del porto, creando intorno a loro un'intensa aura di curiosità e d'interesse tra gli sguardi maschili. La danzatrice infatti, con il corpo avvolto nella melaya, iniziava il suo ballo dapprima coperta e, giocando continuamente con il mantello a suon di musica, cominciava a mostrare il volto, scoprire e ricoprire il corpo, a legare la melaya sui fianchi evidenziandone i movimenti vistosi, per poi avviluppare nuovamente la propria figura nel manto. L'attenzione degli uomini veniva ben presto attirata dal fascino delle danzatrici: la tradizione vuole che questo stile nasca proprio come una sorta di corteggiamento tra l'uomo che tenta di conquistare la donna, e lei, che tra un sorriso semi coperto e un accenno di spalla, si fa continuamente desiderare.
L'abito utilizzato per l'Iskandariya è più o meno simile ai costumi del passato: si compone della gallabiya (o gallabeya) ossia il lungo abito tradizionale, del mandil, fazzoletto che ricopre la testa e, appunto, la melaya. Tuttavia, oggi troviamo la melaya abbellita da coloratissime paillettes e lustrini che ravvivano il colore scuro del manto, benché radicalmente differenti dai manti tradizionali.
Nonostante il passare del tempo e delle abitudini, il fascino di questa danza folkloristica non è andata persa. Esuberante, mai volgare, la ritroviamo ancora oggi in moltissime esibizioni e continua ad attrarre a sé sorrisi e sguardi curiosi.
(A destra: coreografia di Raqs Melaya della maestra Parvani)
"Cvava sero po tute
i kerava
jek sano ot mori
i taha jek jak kon kasta
vasu ti baro nebo
avi ker
kon ovla so mutavia
kon ovla
ovla kon ascovi
me gava palan ladi
me gava
palan bura ot croiuti...
...Poserò la testa sulla tua spalla
e farò un sogno di mare
e domani un fuoco di legna
perché l'aria azzurra
diventi casa
chi sarà a raccontare,
chi sarà?
sarà chi rimane,
io seguirò questo migrare
seguirò
questa corrente d'ali." (F. De André, KHORAKHANÈ, "a forza di essere vento")
Sfacciate, eccentriche, dalla ruvida bellezza: sono le nomadi del popolo ghawazee, che dall'India mosse in due grandi migrazioni: una verso l'Egitto, il nord Africa giungendo in Europa attraverso la Spagna e l'altra invece in direzione dei Balcani toccando il cuore dell'Europa, passando dalla Turchia.
A differenza delle raffinate almee (sing. awalim) degli harem, che coprivano il volto con il velo e fuggivano gli sguardi maschili, le ghawazee (sing. ghaziya, "zingara") si esibivano per le starde durante feste popolari, matrimoni e ricorrenze religiose. Le loro danze si distinguevano, oltre che per il viso ostinatamente scoperto, per i movimenti molto ampi, marcati, accompaganti da un'incisiva sonorità e da un abbigliamento estremamente vistoso. La ghazya infatti amava decorarsi con numerosi bracciali, orecchini, pendenti e collane, cerchietti al naso, anelli alle mani e ai piedi, campanellini alle caviglie e fusciacche intorno alla vita, preannunciando così il suo arrivo con un inconfondibile tintinnio. Il magnetismo dello sguardo veniva esaltato da un vistoso trucco, con l'hennée erano solite tingere i capelli e ornavano le mani con particolari disegni. Il ballo poi non era l'unica attività delle ghawazee. Esse infatti eseguivano tatuaggi, circoncisioni sugli infanti ed erano rinomate come indovine, attraverso pratiche di preveggenza quali chiromanzia, cartomanzia e lettura dei fondi del caffè.
Nonostante il fascino che possa suscitare una figura così misteriosa e inafferabile, il passato del popolo ghawazee è intriso di molte difficoltà e terribili situazioni volte a emarginare le zingare del deserto dalla società. A dispetto della segregazione della donna-danzatrice all'interno degli harem e dei sontuosi palazzi di ricchi signori, le belle nomadi continuarono a ostentare la propria arte per le strade, sotto gli occhi di tutti, in particolare quelli maschili delle truppe napoleoniche presenti al Cairo, con cui familiarizzarono, creando non pochi problemi tra i soldati. Questo contribuì a renderle indecenti e scomode agli occhi dei cittadini e delle autorità, alimentando la loro pessima reputazione.
L'aberrante uccisione di quattrocento ghawazee, i cui corpi decapitati vennero gettati nel Nilo, fu legittimata dalla gendarmérie napoleonica come metodo per pacificare i dissidi tra le truppe, ma in realtà era il metodo ritenuto più efficace per cacciare le ghawazee dalla città, emarginandole. L'allontanamento definitivo poi dalle aree metropolitane avvenne per volere del reggente egiziano Muhammed Alì, che nel 1834 stabilì un severo allontanamento del ceppo nomade dai centri urbani del sud.
I luoghi comuni, com'è noto, vanno per la maggiore fin da sempre, e le danzatrici-zingare vennero inevitabilmente etichettate come donne di malaffare, prostitute, alle quali era interdetto l'ingresso negli harem. Fu comunque permesso loro di esibirsi durante diversi eventi pubblici, purché sempre all'aperto. Infatti, ospitare una ghaziya nella propria abitazione era ritenuto oltremodo indecoroso.
Da tipica popolazione nomade, le ghawazee sostavano ai margini della città, spostandosi di continuo verso i confini dei grandi centri, eseguendo i loro improvvisati spettacoli di starda con danze vistose insieme a figure maschili che le accompagnavano con fragorose musiche.
Oggi possiamo ritrovare le tradizionali danze ghawazee nell'alto Egitto, dove si sono stabilite e, fortunatamente col passare del tempo, il livelo di tolleranza è notevolmente aumentato. Questi balli zingareschi ormai affascinano tutti senza più spaventare. Catturano gli sguardi incuriositi dei profani fino alla passione delle danzatrici di oggi che vogliono scoprire l'affascinante dimensione ribelle e nomade della danza. Gli strumenti e gli abiti utilizzati nelle danze ghawazee li ritroviamo simili nel flamenco arabo: usano infatti gonne molto ampie, camiciette scollate e fusciacche, vengono utilizzati i cimbali e il bastone e i movimenti non sono quelli raffinati dello sharki ma clamorosamente irriverenti, marcati, senza che però perdano la loro coinvolgente bellezza, un'avvenenza che rivendica la passionalità e l'orgoglio di chi vive il mondo intero come la propria casa.
Una particolare menzione merita lo stile arabo-andaluso, comunemente conosciuto come flamenco arabo, per la particolare passionalità che riesce ad esprimere nel suo orgoglio gitano.
Erroneamente creduto una fusione moderna tra il flamenco e la belly dance, lo stile arabo-andaluso affonda le sue origini nell'antico Maghreb, diviso in province e attraversato da numerosi stravolgimenti politico-sociali che videro fondersi diverse culture tra cui la persiana, la greca e l'egiziana, con altre proprie delle minoranze dei luoghi limitrofi. Le influenze apportate dalle dominazioni arabe e dai conflitti religiosi con i cristiani sfociarono in una lenta fusione tra culture, fusione che dilagò non solo in medioriente ma anche in parte dell'Europa. Gli spostamenti dei gitani infatti furono determinanti. I nomadi si mossero dall'India passando da Turchia, Iran, Armenia fino a toccare Cechia, Slovacchia, e con il sedentarismo a cui vennero forzati in Spagna, Italia e Francia dal XV secolo, diedero l'avvio alla mescolanza tra varie forme di danze e musica, generando il flamenco. Come conviene alle tradizioni, questa danza veniva tramandata secondo i dettami familiari dalla madre ai figli, con sfumature differenti a seconda del ceppo di provenienza. Il flamenco, con le sue contaminazioni, venne etichettato come danza popolare, quella propria di chi vive ai margini, di coloro che non si omologano. Questo seme popolare lo ritroviamo ancora oggi in alcuni balli tipici del Maghreb e dintorni, nel sud Italia con Pizzica e Taranta e in riadattate ricorrenze religiose quali, ad esempio, la Semana Santa spagnola.
In seguito nel '900, con il dilagare del fenomeno belly dance e l'apertura ad una visione più tollerante nei confronti della danza non ortodossa, anche il flamenco esce dai margini e fonde il suo vigore espressivo e prorompente con la delicatezza delle movenze del ventre, dando vita allo stile Andalus. La sua musica, sorta principalmente durante l'occupazione araba nei territori spagnoli, è un mix travolgente di ritmi flamenchi e arabi, su cui la ballerina utilizza nacchere o cimbali, lo scialle, tipico del folklore flamenco, viene usato in modo simile al velo e il movimento energico delle braccia e delle mani contrasta, senza mai stonare, con l'intensa sensualità della danza orientale, dando vita ad una danza decisamente viscerale.
Molti Paesi, molte danzatrici, stili diversi. A seconda dei differenti luoghi di provenienza, delle tradizioni e delle inevitabili contaminazioni, la danza orientale propone una gamma di caratteristiche e sfumature talmente varie da avere l'imbarazzo della scelta. Ma anche più d'una...
Doppio velo
Il Raqs Sharki o più precisamente Raqs Al-Sharki, la danza d'oriente, è lo stile classico egiziano in cui la danzatrice esprime emozioni intense, profonde e passionali. Esso infatti presenta movimenti eleganti, raffinati, molti dei quali eseguiti in punta di piedi, a differenza del Baladi, la danza popolare. Considerato la madre del Raqs Sharki, lo stile Baladi si caratterizza per movimenti più marcati e incisivi, piccoli salti e passi che esprimono una leggerezza diversa rispetto alla profondità dello Sharki. La musica inoltre è un crescendo continuo che passa dal malinconico fino a ritmi più movimentati di tabla (percussioni).
Salomè, di Franz von Stuk
La danza con il velo, elegante, delicata e sensuale, è stata introdotta nel XX secolo nei Cabaret egiziani diventando in breve una tra le danze più diffuse nel Raqs Sharki. Con il velo la danzatrice racconta se stessa in una storia di dolcezza ed abilità raffinata, talvolta utilizzando anche il doppio velo. Ma questo stile rivendica un'origine ben più antica: si rifà alla biblica danza dei sette veli con cui Salomè, con ammalianti movimenti lenti e sensuali, si denudò poco a poco lasciando cadere uno per volta i suoi veli, tanto da sedurre re Erode ed ottenendo così la decapitazione di Giovanni il battista.
Danza col bastone
Sui ritmi Saidi si balla con il bastone, il Raqs Al-Assaya, che nasce nella regione del Said e proviene da un retaggio marziale: il Tahtib, dove il bastone veniva utilizzato come arma di attacco e difesa. E' un tipo di danza che può essere eseguita sia dagli uomini che dalle donne, con modalità differenti: gli uomini utilizzano una massiccia canna di bambù per riproporre movimenti acrobatici e scene di combattimento, le donne invece antepongono la grazia e la sinuosità dei passi, esternando certo atteggiamento canzonatorio nei confronti della virilità maschile.
Danza con la spada
Molto particolare è la danza con la spada, nella quale la danzatrice unisce una straordinaria abilità e capacità di concentrazione ad una sensualità indiscutibile. Il Raqs Al-Sayf risale ai tempi in cui le donne, catturate come bottino di guerra o comprate come schiave, venivano portate all'interno degli harem. Durante le loro esibizioni per compiacere il ricco signore, alcune prigioniere sottraevano la scimitarra alle guardie in segno di sfida. Una sorta di ribellione muta in cui la ballerina danzava sensualmente ponendo l'arma in equilibrio sulla testa e in altre parti del corpo, per dimostrare senza paura che anche se quella spada avesse deciso della sua sorte, la sua anima sarebbe stata sempre e comunque libera.
Ma la danza del ventre incontra anche la modernità: il Tribal style nasce negli anni '80 negli Stati Uniti, per diffondersi in seguito in tutta Europa. La novità del Tribal riguarda i movimenti perfettamente sincoronizzati tra le danzatrici, passi semplice e scatti di bacino con marcato isolamento delle parti del corpo, ma anche l'abbigliamento, che propone un mix arabo e africano. il Tribal nasce come danza di gruppo, scostandosi dal contesto tradizionale del Raqs Sharki e sviluppando col tempo stili diversi nel suo interno, tra cui sono meritevoli di menzione il Tribal Fushion, che può essere svolto anche da solista e si fonde con la danza indiana, yoga e break dance, e lo stile Gothic, curioso e particolare, caratterizzato da forti tinte dark, sonorità medievali o addirittura metal.
Stile Tribal
Ma non dimentichiamo il folklore, peculiare di ogni regione mediorientale e di cui troviamo moltissimi stili. L'elenco sarebbe lunghissimo, ma sono sicuramente da evidenziare il folk tunisino, marocchino e dei Paesi del Golfo.
Nella danza tradizionale tunisina ritroviamo elementi arabi, andalusi e ottomani sia a livello musicale, negli stili che nei ritmi. Ciò rispecchia i flussi migratori e i cambiamenti politici che hanno attraversato il Paese influenzandone la cultura. La sonorità, come la danza, si caratterizza per la sua allegria, la danzatrice tunisina ha un portamento elegante, perfetto, i suoi movimenti, delicati e precisi, si sposano armoniosamente sia con la danza a terra che con le energiche ondulazione e movimenti laterali del bacino. Il ventre, ossia il concetto di fertilità, è l'elemento centrale in questo folklore dagli abiti colorati (il vestito tradizionale, il melia). La cintura ornata con ampi fiocchi e nastri che cinge la vita, esalta i movimenti di bacino su ritmi di un crescendo continuo. Le braccia accompagnano ed evidenziano l'ondeggiare dei fianchi o si muovono semplicemente per sfoggianre deliziose decorazioni arabescate. La danza tunisina maschile, invece, pone l'attenzione sui movimenti ritmati delle gambe, esprimendo una forte, allegra energia. La danza considerata il simbolo nazionale tunisino è lo Shaabi, la cui origine beduina non appartiene ad una regione in particolare. Lo Shaabi presenta accenti molto ritmati e gioiosi, e viene svolta durante eventi festosi quali matrimoni, ritrovi tra donne o circoncisioni.
Le danze folkloristiche marocchine invece si riallacciano ai maggiori avvenimenti quotidiani, caratterizzando fortemente l’identità dei marocchini. Sono balli differenti tra loro a seconda alle città o delle diverse campagne da cui provengono. La grande varietà, sia musicale che degli stili marocchini, si possono considerare come il riflesso delle contaminazioni culturali che hanno percorso il Paese e si snodano tra influenze musicali ebree, greco-romane, andaluse e africane, passando ovviamente da quelle arabe per giungere fino alle berbere.
Spostandoci un po' troviamo il Khaliji che, come ci suggerisce il nome, è la danza "dai Paesi del Golfo", anche chiamata la "danza dei capelli" per i particolari movimenti che mettono in primo piano la chioma della ballerina. I suoi movimenti sono continui e ritmati, busto spalle e testa hanno un ruolo principale insieme ai piedi, che muovono il tipico "passo di Khaliji", cadenzato e ripetuto. L'abito ampio e tradizionale, il Thobe, nasconde i movimenti di petto e bacino che non devono essere posti in rilievo, ma ciò nonostante la sensualità della danzatrice non viene smorzata. E' una danza fresca, colma di gioia ma sa essere anche passionale, che spoglia il cuore dalla pesantezza e sprigiona ondate di armonia. (In alto: video di una splendida performance Khaliji della maestra Kamal Ballan)
Ma i vari tipi di danze non finiscono certo qui: esse solitamente vengono arricchite con oggetti particolari, accompagnate dalla coinvolgente sonorità di determinati strumenti musicali e... al prossimo post!
Lo stile di vita occidentale, progressista e innovativo, con i suoi ritmi freneteci o l'eccessiva sedentarietà, le continue corse contro il tempo e lo stress sempre in agguato dietro l'angolo, ci porta inevitabilmente a perdere il contatto con noi stessi e il nostro corpo, col rischio di farci sottovalutare oltremodo l'attenzione che richiedono. Alla lunga, il risultato è un accumulo di tensioni che sfocia in dolori, fastidi e nervosismi di ogni tipo che minano la nostra serenità interiore e il rapporto con l'esterno. Il suggerimento di molti è di praticare un'attività che sfoghi tali tensioni fisiche, ma al contempo è bene dedicarsi a qualcosa che curi non solo il corpo, il quale è un riflesso esteriore dello stato emotivo, ma prendersi cura seriamente del proprio benessere interiore.
La danza del ventre utilizza ogni singola parte del corpo, dalla testa ai piedi, includendo anche l'utilizzo di quei muscoli di cui ne ignoravamo l'esistenza. Praticarla in maniera costante scioglie le articolazioni e rinvigorisce la muscolatura, troppo spesso sottoposta a irrigidimenti dovuti all'assunzione di posture scorrette. Gambe, braccia e petto si irrobustiscono mentre la vita e i fianchi si assottigliano, i fastidi cervicali e lombari si alleviano e la colonna vertebrale riacquista la sua giusta fisionomia, tanto che va a correggere i problemi di lordosi e scoliosi.
I movimenti del bacino e del petto allentano le tensioni e le contratture su tutta la schiena, in particolare le oscillazioni ripetute del bacino stimolano la muscolatura pelvica, riducendo i dolori mestruali e pre-mestruali. Aumenta anche l'ossigenazione del sangue e la circolazione migliora riducendo la ritenzione idrica e la tanto odiata cellulite.
Man mano che la danzatrice entra in contatto con la danza orientale, la sua capacità di concentrazione aumenta, acquista una percezione migliore del suo corpo e una maggiore sicurezza in sé. La femminilità, spesso sacrificata dal nostro modus vivendi, sboccia nuovamente rinvigorita come un fiore a primavera e le insicurezze pian piano svaniscono. La musica, dolce e gioosa, aiuta a creare un ambiente armonioso e vitale dove la danzatrice impara ad aprirsi e ad esprimere se stessa.
Ma non è tutto: la danza orientale non agisce soltanto nella sfera psico-fisica di chi la pratica, ma interessa anche il suo campo energetico, attraverso la stimolazione dei Chakra*. In particolare: il Muladhara Chakra, lo Svadhisthana e il Manipura. Il primo, situato metafisicamente alla base del coccige, ci rimanda al nostro legame con la terra, agli istinti, ai bisogni fisici e al senso di realtà; il secondo Chakra menzionato comprende la sfera della sessualità, della potenza creativa e delle emozioni ed è collocato nella zona pelvica dietro ai genitali. Il Manipura, invece, chakra del plesso solare che si trova tra lo stomaco e l'ombelico, riguarda l'autoaffermazione, la volontà, l'autostima, il rapporto con gli altri e la gioia di vivere. In sostanza, la sollecitazione dei chakra dovuta alla danza orientale lascia fluire l'energia liberamente, armonizzando gli squilibri che si creano in determinati ambiti della vita e della personalità del soggetto.
Infine, c'è da aggiungere un ulteriore giovamento dovuto alla danza del ventre: tra le danzatrici si crea un rapporto sincero di complicità, solidarietà e comprensione, un filo sottile ma resistente che riscopre l'antico senso di questa meravigliosa arte.
Provare per credere!
*I Chakra, parola sanscrita che significa "ruota", secondo la filosofia indiana sono dei centri energetici che irradiano e regolano il nostro flusso di energia (o Prana). La tradizione ne individua sette principali relativi a precisi punti del nostro corpo, che grazie al loro corretto funzionamento sviluppano in senso positivo ed armonico tutte le funzioni creative, vitali, emotive, spirituali e coscienziali di ogni individuo.
Possiamo affermare la danza orientale si esprima attraverso un "linguaggio silenzioso" del corpo e dello spirito? Sicuramente sì. Come abbiamo detto, nascendo in un contesto ritualistico, i passi di questa danza non erano certo eseguiti a caso: ogni movimento conteneva un simbolismo ben preciso con cui si rivolgeva una preghiera, un inno, un'invocazione, si entrava in estasi o si offriva la propria dedizione agli dei. Anche se al giorno d’oggi non viene più praticata per scopi mistico-religiosi, il significato dei gesti è stato conservato e tramandato nel tempo contribuendo a renderla una tra le danze più affascinanti di sempre. E' interessante quindi comprendere il significato segreto custodito dalle antiche danzatrici e rivelato silenziosamente da colori, tintinnii e melodie che si intrecciano ad avvolgenti movimenti sinuosi. Scopriamo insieme il significato di alcuni movimenti principali…
Noi danzatrici moderne sappiamo che per alcuni passi è necessario mantenere la pianta dei piedi totalmente a contatto con la terra. Questa posizione basilare, per noi scontata, anticamente manifestava la forza e la stabilità femminile sancita dal connubio tra la donna e la Terra. Di notevole importanza poi sono le mani con le quali evidenziamo maggiormente i movimenti corporei, ma al contempo simboleggiano anche l’atto del donare offerte alla Dea. Non solo: la danzatrice offriva se stessa e il suo cuore alla divinità e tale gesto ancora oggi si esprime inarcando la schiena e portando indietro la testa. I ripetuti movimenti del bacino, in avanti e indietro, e gli shimmy, ovvero i tremori che scuotono delicatamente la danzatrici, rievocano chiaramente l’energia e l’atto sessuale, massima espressione della potenza creatrice umana.
La mezzaluna disegnata armoniosamente dai piedi o con la testa si riallaccia al principio femminile, non a caso troviamo numerose iconografie di Iside con una mezzaluna sulla testa. Le braccia, la pancia e la schiena poi ricalcano il movimento di alcuni animali, come il cammello o il serpente. In particolare l’archetipo del serpente è molto interessante in quanto radicato nella storia del mondo. Dai miti greci, passando per quelli nordici fino ad arrivare alle tradizioni asiatiche e sud americane, il serpente è l’emblema dell’energia vitale primordiale. Per l’induismo tale forza, nell'essere umano, è paragonabile alla Kundalini, energia spiraliforme situata alla base della schiena, o a “Ida e Pingala”, potenza maschile e femminile rappresentata da due rettili che si muovono lungo la schiena, intrecciandosi. In sostanza, il serpente è la manifestazione della potenza divina e dell’evoluzione spirituale. Quindi, la sacerdotessa che con le sue danze incarnava l’essenza della Dea, diventava ella stessa perfezione: con l’otto (o infinito), movimento eseguito con il bacino e il petto, in orizzontale, verticale e in alto, con le braccia e con i piedi, si evince questo richiamo di massimo equilibrio e completezza. Il cerchio (per alcuni ronda) disegnato dalla danzatrice con il bacino o con il petto, in senso orizzontale, verticale o laterale, era associato alla ciclicità della vita, ciò che non ha inizio né fine, quindi ancora una volta, perfezione.
Da non dimenticare poi le delicate movenze corporee che ricordano le onde, e perciò l’acqua, altro elemento naturale su cui si aprono le pagine di tutte le scritture mitologiche e religiose, sostanza che dona la vita, legata indissolubilmente alla sfera femminile. Il movimento che incarna questo elemento si sposa con la fertilità, esprimendo capacità ricettiva e lo scorrere degli eventi. Dall’acqua passiamo al fuoco: il basico, passo egizio. La danzatrice solleva un fianco dall’alto verso il basso per due volte e con l’altra gamba, posizionata sulla mezza punta, compie un giro intorno a sé, impersonando il sole, quindi energia , dinamismo, rinnovamento e luce. E la sua immancabile caratteristica di dare la vita. Fuoco e sole, distintivi maschili per eccellenza che sembra strano annoverare nella simbologia della danza d’oriente, come detto fin’ora, prettamente femminile-lunare. Ma ciò è possibile poiché i due poli non sono scindibili. La danzatrice accoglie l'elemento maschile e lo interpreta come una naturale estensione del suo essere, altrimenti sarebbe incompleta. La dualità infatti è onnipresente universalmente, mantiene l'equilibrio e l'armonia perfetta di tutte le cose... che a quanto pare gli antichi conoscevano bene.
Non è chiara quale sia l’origine della danza orientale. Per alcuni affonda le sue radici nella lontana Mesopotamia e tramite gli spostamenti delle popolazioni nomadi, tramandata all' l’Egitto, alla Turchia e al Maghreb. Secondo altre fonti invece proviene dall’antica India e anche qui, attraverso le migrazioni, si è mischiata a varie tradizioni. Ad ogni modo, questa antica arte si caratterizza fin dall’antichità per il suo ritualismo rivolto al culto della Grande Madre, la Dea, conosciuta con nomi differenti a seconda del luogo di provenienza, quali Ishtar, Demetra, Iaset, Parvati e così via. Figure potenti dai nomi diversi ma uguali nella sostanza.
La donna, per eccellenza accostata alla terra, all’acqua e quindi alla vita, era considerata lo strumento grazie al quale la Dea poteva manifestare la sua presenza: si credeva che le sacerdotesse-danzatrici, eseguendo particolari danze mistiche, avessero il potere di liberare l’energia divina. La danza era un vero e proprio rito, un segreto sussurrato e tramandato attraverso una gestualità ben precisa, non solo come canale di contatto con la divinità, ma anche per invocarne la bellezza, il favore, ed era utile per propiziare la fertilità. I movimenti ondulatori e sussultori tipici della danza orientale ricordano la ciclicità della vita, gli elementi e determinati animali ritenuti sacri come ad esempio il serpente, che ritroviamo in moltissime tradizioni oppure nelle primitive forme d'arte: chi non ricorda la statuetta della dea che stringe i serpenti?(foto in alto a sinistra. Queste particolari movenze assunte durante le celebrazionui sacre raffiguravano quindi anche l’atto sessuale e la procreazione. In altre circostanze, la danza era eseguita coralmente per assistere una partoriente durante il travaglio o dalla stessa interessata per alleviarne i dolori. Ma non solo: le danze rituali si estendevano anche all’ambito agricolo, in modo da ingraziarsi la divinità per ottenere un raccolto abbondante.
La danza quindi poteva essere celebrata all’interno dei templi, come accadeva in Egitto, là dove veniva adorata Iaset (Iside) dea della Luna, della bellezza, magia e mistero, sia in luoghi privati o all’aperto. Come tutti i rituali antichi, infatti, essa era inserita in un contesto mistico, riservato solo a poche donne, ma manteneva anche un aspetto più “profano”, aperto agli eventi sociali della comunità, quali feste, matrimoni e momenti di aggregazione, che prese sempre più rilievo con l'affermarsi del patriarcato.
Con l'avvento dell'Islam, fu permesso alle "almee;(donne istruite nell'arte del ballo, del canto, della poesia e dell'intrattenimento) di danzare solo all'interno degli harem, luogo in cui il ballo veniva eseguito oltre che per compiacere il sultano, anche nell'intimità delle stesse danzatrici, per creare tra loro un particolare legame di coesione. Diversamente dalle "gawazee" le zingare egiziane, che con abiti e trucco molto appariscenti, danzavano per le strade durante i loro spostamenti ostentando tutta la propria prorompente abilità, in cambio di denaro.
Col tempo la danza d'oriente muta la sua peculiare caratteristica mistico-religiosa assumendo la valenza di attività d'intrattenimento, perdendo il suo antico significato esoterico. Quando nell’Ottocento i colonizzatori francesi e inglesi entrarono in contatto con la cultura orientale, restarono incantati e non poco imbarazzati da movenze per loro tanto inusuali, in particolar modo dalla vibrazione del bacino (lo shimmy). In questo modo coniarono il termine “danza del ventre”, nome con cui tutt’oggi questa danza è maggiormente conosciuta in occidente. Appellativo tra l’altro improprio, se si considera che essa prevede una gestualità ed un utilizzo armonico di tutto il corpo, in ogni sua singola parte.
La danza orientale diventa così un fenomeno d'attrazione pubblica: aprono i Cabaret alla occidentale, che si diffonderanno a macchia d'olio, colmi di spettacoli dal sapore orientale, si mescolano gli stili, cambiano i costumi (le paillettes di certo non sono tipicamente arabe...), esplode il fenomeno "Belly-Dance" negli Stati Uniti durante la festa per i 400 anni della scoperta dell'America e si afferma la figura della danzatrice professionista. Grazie all'abilità di alcune danzatrici storiche, tra cui ricordiamo Nagwa Fuad, Samia Gamal e Taheya Carioca, che hanno saputo far riafforare la bellezza genuina della danza orientale, essa ha recuperato l'antico valore in un nuovo contesto moderno, superando le barriere del convenzionale.